18/07/10

Invisibile

barbone def

 

Sono un pezzo di carta

strappato dagli sguardi sfuggenti

di chi passa e non vede.

I miei sospiri si dissolvono

nei passi frettolosi

del mondo che scorre

accanto al nulla che mi circonda.

Fievoli ricordi vegliano

la carcassa che trascino

nell’abisso della mia identità,

tradita dal debole essere

dell’ uomo finito che fui.

 

L’unica coperta

in cui mi avvolgo nella notte

è l’ombra del vento

che mi scalda

bruciando quel che resta

della mia dignità violentata dalla vita.

La pietra di questa panchina

è la mia clessidra,

pioggia di sabbia,

scorre lenta tra gli attimi d’eternità

- la più grande condanna -

rallentati dal grigio morto

della mia inconcludenza.

 

L’unica ricchezza che ho

- mia compagna da sempre -

è la solitudine che abbraccia

i miei giorni,

punendo le colpe di un’esistenza

che mi ha reso un essere invisibile,

agli occhi degli uomini

e a quelli della mia stessa anima.

15/07/10

Magic Waters IX

mw9

La Roccia Magica

Come immagini tridimensionali uscite da uno sfondo smeraldo, forme multicolori in movimento e altre, rosso fuoco, azzurro cobalto, giallo ambrato - pesci e coralli, abitanti delle profondità marine - le sfilavano accanto, sbucando dalle rocce massicce che delimitavano un sentiero d'acqua. Muoveva veloce la pinna caudale, ammirando l'unicità di quei fondali, nonostante fossero la sua casa.

Avvolta dalla pressione delle correnti fresche dell'oceano, sentiva ondeggiare il medaglione sul seno nudo, non prestando attenzione alla sensazione familiare del contatto metallico sulla pelle, concentrata a raggiungere il luogo dell'incontro.

Lentamente dallo schermo smeraldino fatto d'acqua, immagini sfuocate diventavano sempre più limpide e definite: strade, edifici, torri. La città. La consueta animazione di sirene e tritoni popolava gli spazi, rendendo quella visione piena di vita. Si mosse velocemente, agitando con vigore la pinna, diretta verso la formazione rocciosa che delimitava i confini della città, dalla quale si ergevano imponenti colonne che sparivano nel loro slancio verso la superficie dell'oceano.

Lasciata alle spalle l'animazione cittadina, si ritrovò di nuovo immersa nel silenzio placido e avvolgente delle correnti. Arrivò a ridosso delle rocce e si fermò, mantenendo la posizione con abili movimenti della pinna. Sfilò il medaglione dal collo e lo avvicinò ad una fessura quasi invisibile fra le pietre. Introdusse il gioiello nella fessura e, con un rumore sordo, attutito dalla pressione dell'acqua, parte della scogliera si aprì, rivelando il passaggio tra il suo mondo e quello di superficie.

Entrò senza indugi, e la roccia si richiuse alle sue spalle. Bilanciandosi per un attimo sulle gambe, che avevano preso il posto della pinna caudale, avanzò lungo il tunnel che portava alla stanza della Roccia Magica. Ora avvertiva il soffio fresco dell'aria che le pizzicava la pelle nuda, facendola rabbrividire.

Giunta sulla soglia della stanza sbatté le palpebre per abituare gli occhi a quelle condizioni di luce, e alla secchezza dell'aria che riempiva il piccolo locale. Era una camera circolare, scavata nella scogliera, illuminata da due torce poste sulle pareti. Al centro campeggiava una roccia massiccia e levigata, probabilmente lavorata dalla mano dell'uomo. Dietro la roccia, dalla parte opposta da dove era entrata, con le spalle imponenti rivolte ad una porta di legno rinforzata in ferro e chiusa, un guerriero in armatura rimaneva immobile come se l'aspettasse.

Avanzò per nulla spaventata da quella visione, che a sua volta si avvicinò alla roccia centrale, sollevando e brandendo una pesante spada. Con un movimento lento il guerriero afferrò l'elsa con entrambe le mani, e la infilò nella pietra grigia e levigata. Fissandola e indietreggiando di qualche passo, iniziò a togliersi il pesante elmo, fino a scoprire il suo volto.


- Max! Max!!!

Al sentire urlare il suo nome, l'archeologo si svegliò di soprassalto, cercando di capire da dove venissero quelle grida allarmate. Riprendendosi dallo stordimento del sonno, riconobbe la voce di Kim e, senza perdere tempo, saltò giù dal letto e uscì dalla stanza, superando con pochi passi il tratto di corridoio che lo separava da quella di lei.

Entrò e corse verso il letto, dove la ragazza rimaneva immobile, seduta con la schiena contro il cuscino, che continuava a urlare il suo nome.

- Kim! Riprenditi! Che hai? - la incitava scuotendola.

- Il guerriero... il medaglione... tu! - mormorò Kim, girando gli occhi fino a incrociare quelli di lui - Max? Che ci fai qui?

L'archeologo, tranquillizzato, sedette sul bordo del letto - Mi hai chiamato tu... o meglio, urlavi il mio nome come se ti stessero ammazzando! Hai avuto un incubo?

Kim si passò una mano tra i capelli, ancora confusa - Un incubo? Non proprio, però... ricordi il mio sogno di oggi pomeriggio? Quello del guerriero in armatura?

Max annuì, e la ragazza gli raccontò quella strana avventura onirica, in cui, come una sirena abitante le profondità marine, aveva attraversato una strana città sommersa, entrando in una grotta segreta grazie al medaglione trovato sulla spiaggia, e trovandosi al cospetto con l'uomo vestito di ferro, che aveva infilato la sua spada nella roccia, e si era tolto l'elmo.

- Portava la barba e i capelli lunghi, ma... eri tu! Gli stessi lineamenti... lo stesso sguardo...

- Shhhh... era solo un sogno - sussurrò Max, accarezzandole i capelli - sei tranquilla ora?

- Si, ora che ci sei tu... - mormorò la giovane, piegando la testa e appoggiando la testa sul palmo della mano di lui. Quasi senza rendersene conto giocherellava con il ciondolo che portava al collo, la pietra di famiglia incastonata nell'anello d'oro. La sua mente ancora eccitata dal sogno creava analogie tra il medaglione che la Sirena indossava e quell'antico gioiello.

Continuando ad accarezzare i morbidi capelli di Kim, Max rifletteva. Certi particolari di quel sogno - il medaglione, la stanza segreta, la città popolata di tritoni e sirene - avevano non pochi punti in comune con le informazioni ricavate dalla lettura dei volumi nella biblioteca del castello.

- E se ci fosse davvero una stanza segreta in questo posto? - commentò, dopo averla messa al corrente delle sue ricerche - Che ne dici? Proviamo a cercarla?

- Sarebbe interessante... ma... cosa direbbe Don Melville se ci scoprisse a curiosare per tutto il castello?

Max sorrise, scendendo con la mano lungo la linea morbida della guancia di lei - Faremo attenzione a non farci sentire - affermò, mentre con la punta delle dita le accarezzava il collo - Ora sei tranquilla, Kim?

La ragazza appoggiò la testa sulla spalla di lui, chiudendo gli occhi - Si, ora sono tranquilla...

Max l'abbracciò forte, respirando il profumo dei suoi capelli, e continuando ad accarezzarla. Poggiò le labbra su quel morbido velo castano e, quasi senza accorgersene, iniziò a baciarla. Kim sollevò la testa e, sempre ad occhi chiusi, avvicinò le labbra alle sue, rispondendo a quel timido approccio.

- Sei sicuro che Don Melville non ci sentirà? - chiese sorridendo.

- Faremo piano piano... - rispose Max, ricambiando il sorriso, e iniziando a slacciarle i bottoni del pigiama di seta blu.

10/07/10

Magic Waters VIII

Magic Waters VIII Robi

La Terra del Re

Dopo il ritrovamento del medaglione, Kim e Max tornarono al castello, senza che nulla di rilevante occupasse le ore seguenti. Cenarono, scambiarono qualche chiacchiera, alle quali si unì come di consueto Don Melville, e si ritirarono per la notte. Kim disse che era molto stanca, e sarebbe filata diritta sotto le coperte. Max invece voleva continuare a studiare quei manoscritti così pieni di stupefacenti notizie storiche, che sembravano dare una luce nuova ad avvenimenti archiviati dal tempo, come la leggenda di Camelot e Re Artù.

Immergendosi nella lettura dei vecchi volumi, il suo stupore aumentava man mano che ricostruiva una storia apparentemente sconfinante nel fantastico: secondo quei documenti Camelot era un'isola dell'arcipelago prospiciente l'attuale Baja California. In un'epoca che poteva situarsi grossomodo - qui le informazioni erano vaghe - verso la fine del IV secolo dopo Cristo e l'inizio del V, un evento naturale, probabilmente un terremoto causato dallo spostamento della Faglia, la fece sprofondare nell'oceano.

Fin qui nulla di particolarmente sconvolgente, la storia del pianeta è piena di racconti catastrofici dislocati in diverse ere, passate e addirittura future. Ma da quel momento, i fatti narrati nei documenti iniziavano ad assumere connotati quasi fantascientifici. Max leggeva avidamente, e la sua formazione razionale assorbiva con scetticismo quel racconto. Ma qualcosa dentro di lui - la stessa cosa che aveva fatto della ricerca di Atlantide lo scopo della sua vita - voleva crederci.

La storia spiegava come gli abitanti di Camelot sopravvissero al cataclisma: una volta che l'isola fu nelle profondità oceaniche, un patto stretto con una figura semidivina paragonabile a quella di Poseidone, li trasformò in creature capaci di respirare nell'acqua, grazie a quella che Max poteva definire una mutazione genetica... praticamente il vecchio Nettuno aveva creato una corte di sirene e tritoni nuova di zecca! E magari era un Nettuno extraterrestre!

L'archeologo sorrise, tornando alla lettura. Ma fantascienza mitologica a parte, la cosa che più lo intrigava era la presunta esistenza di un luogo segreto che custodiva la prova della veridicità di quel racconto. Confrontando e mettendo insieme diverse informazioni, anche più recenti di quelle trovate nel primo volume, Max era giunto alla quasi certezza che quel luogo si trovasse proprio nel castello!

Inizialmente pensò di chiedere a Don Melville se fosse a conoscenza di un luogo del genere, magari nascosto in fondo a qualche passaggio segreto, o nei proverbiali sotterranei che ogni edificio di quel tipo cela. Poi però ricordò l'assoluta e sincera ignoranza dell'uomo riguardo il passato del castello, quando gli aveva parlato del manoscritto trovato in biblioteca.

Naturalmente poteva benissimo darsi che tutta quella storia fosse frutto di fantasia, e non esistesse nessuna stanza segreta. Ma la curiosità scientifica del giovane archeologo lo spingeva a continuare le ricerche. Se Schliemann avesse ritenuto il racconto di Omero semplice frutto dell'immaginazione, le rovine di Troia non sarebbero mai venute alla luce. Unico limite, il poco tempo a disposizione: nel giro di qualche giorno le strade sarebbero state di nuovo percorribili, rendendo superfluo prolungare la sua permanenza e quella di Kim al castello. Don Melville non avrebbe sicuramente obiettato, ma non sarebbe stato cortese rimanere lì per ficcare il naso. Soprattutto considerando che Kim se ne sarebbe andata per proseguire la sua vacanza, non avendo altre ragioni che la trattenessero. A parte lui, gli sarebbe piaciuto pensare... in cuor suo si augurava un prolungamento nei lavori di ripristino della rete stradale che, oltre a permettergli di verificare l'attendibilità di quelle informazioni, gli avrebbe concesso più tempo per approfondire la conoscenza con quella ragazza che l'aveva affascinato fin dal primo momento.

Con un angolo della mente occupato dal pensiero di Kim, tornò a rivolgere la sua attenzione agli antichi documenti. Lesse finché gli occhi non riuscirono più a seguire quei segni sbiaditi tracciati sulle pagine e, riuscendo a malapena a percorrere la distanza tra la biblioteca e la sua stanza, cadde in un sonno profondo non appena si fu gettato sul morbido materasso.


Quella vacanza non stava procedendo secondo i programmi, però era a suo modo interessante. Il fatto di trovarsi in un castello, e dormire in una stanza impregnata di storia - ordinaria o straordinaria che fosse - affascinava il lato fanciullesco, sognatore di Kim. Il caso le aveva poi permesso di conoscere quel giovane dalla personalità magnetica e i mille interessi, che attraeva magicamente l'attenzione a sé anche parlando di argomenti comuni.

Si rigirava nel letto, incapace di distogliere lo sguardo dal medaglione che Max aveva trovato sulla spiaggia e poi donato a lei. Il modo spontaneo con cui aveva accolto la sua richiesta, regalandole senza indugio quell'antico gioiello, probabilmente molto prezioso non solo dal punto di vista storico, aveva portato in superficie certi pensieri, emozioni, fino a quel momento rimasti in sottofondo nella sua anima. Quei pochi giorni erano bastati perché iniziasse a provare qualcosa di più che un semplice interesse intellettuale, o fisico, nei confronti del giovane. Era qualcosa che probabilmente li conteneva entrambi, insieme a tante altre cose. Non riusciva ancora a dargli un nome, ma si augurava che la loro permanenza al castello durasse abbastanza per poterlo fare. Stando a quanto dicevano i notiziari, l'opera di ripristino delle strade procedeva velocemente. Era probabile che la situazione tornasse alla normalità prima delle due settimane previste dalle stime iniziali dei danni. Se così fosse andata, sperava comunque di non perdere di vista il giovane archeologo. D'altra parte potevano sempre ritrovarsi per ragioni professionali, collaborando in qualche progetto che coinvolgesse l'Università di Max e la Star-Shaped Seashell.

Mentre questi ed altri pensieri occupavano la sua mente, la stanchezza accumulata durante il giorno, seguita immediatamente a quella specie di trance che, secondo Max, l'aveva colta sulla spiaggia - di cui non ricordava nulla, ma ne sentiva ancora gli effetti - e l'abbondante cena che Don Melville, come al solito, aveva fatto loro trovare sulla tavola, le chiudevano lentamente le palpebre. Riguardo quel mancamento improvviso Max era stato vago, asserendo, con un'espressione preoccupata, che lei aveva pronunciato frasi senza senso. Probabilmente non voleva allarmarla più del dovuto riguardo quell'episodio isolato, provocato sicuramente solo dallo stress accumulato in quei giorni.

Abbandonandosi alla piacevole sensazione del sonno che arrivava, rilassandole ogni cellula del corpo, con ancora stretto fra le dita il medaglione d'oro, Kim si addormentò profondamente nel giro di pochi minuti.

05/07/10

Magic Waters VII

mw VII

Un dono dall'oceano

Sulla scia lasciata dal Re,

il Figlio delle Generazioni,

il predestinato,

incede lungo la strada dei Padri.

Tra corridoi di sabbia,

la Clessidra

segna il tempo Futuro.


La Fortezza di quel tempo

custodito da fiere mani

ricoperte d'acciaio,

esuma il primo granello

scintillante di secoli

andati e a venire,


serbando l'alito di Vita

della Terra sotto il Mare.”

Don Melville sollevò lo sguardo dal volume, togliendosi gli occhiali e stropicciandosi le palpebre. Rifletteva sul senso di quei versi ermetici cercando di mettere a fuoco gli eventi delle ultime ore.

La scoperta del manoscritto che narrava la leggenda di Camelot da parte di Maximilian non l'aveva sorpreso, ma al contrario, rafforzava in lui quelle intuizioni che si susseguivano senza sosta fin dal momento in cui i due giovani erano arrivati al castello. Intuizioni confermate sempre di più dai messaggi criptati, ormai vecchi di secoli, custoditi nel volume che leggeva. Gli antenati continuavano a parlare, con voci polverose e segni sbiaditi sopra pagine ingiallite dal tempo.

L'uomo si alzò dalla poltrona su cui aveva passato le ultime ore, e andò verso la finestra, scoprendo le tende per far entrare la luce del giorno. I raggi del sole filtravano debolmente attraverso la cortina di nuvole che opprimeva inconsuetamente lo spazio sopra il mare. La tempesta sembrava passata, ma gli ultimi strascichi del maltempo incupivano il cielo delle quattro del pomeriggio. Don Melville abbassò gli occhi verso il sentiero che portava alla spiaggia, sorridendo soddisfatto alla vista dei suoi ospiti, che a passi svelti, si dirigevano verso il lembo di costa sabbiosa delimitante il castello a sud.


- Accidenti! Don Melville mi ucciderà quando porterò tutta questa sabbia in casa! - esclamò Kim fissando la suola con fitte e sottili scanalature delle scarpe da ginnastica, completamente riempite di terriccio umido.

- Ecco perché non tradisco mai i miei Doc Marten's! - commentò Max ridendo, mentre camminava verso il bagnasciuga.

La ragazza seduta su una delle rocce che delimitava il sentiero, si tolse le scarpe iniziando a sbattere le suole una contro l'altra, per liberarle dalla sabbia.

- Sai Max, ho fatto un sogno stranissimo poco fa, mentre dormivo in salotto... forse l'atmosfera di quel castello antico mi sta suggestionando...

- Perché togli la sabbia? Continuando a camminarci sopra si riempiranno di nuovo...

Kim tolse anche i calzini e si alzò, tenendo le scarpe in mano e incamminandosi a piedi nudi verso di lui - Le rimetto dopo, quando rientriamo. Quel sogno, ti dicevo... era inquietante... c'era una specie di guerriero medievale con tanto di armatura. E una spada gigantesca, che doveva pesare almeno una tonnellata, puntata verso di me...

- Interessante simbologia fallica! - scherzò il ragazzo scoppiando a ridere.

- Sciocco! - lo apostrofò Kim ridendo a sua volta - Simbologia fallica a parte, quel sogno mi ha un po' turbata.

- Era solo un sogno, non dargli più peso del dovuto - disse Max, mentre fissava indicando con la mano un punto a ridosso della battigia - Cos'è quella?

Si diresse a passo svelto verso il punto che aveva indicato, seguito dalla ragazza. Una volta arrivati, rimasero per qualche istante immobili, entrambi osservando qualcosa che brillava semisepolto nella sabbia. Infine Max si chinò raccogliendo l'oggetto, e rigirandoselo tra le dita mentre lo studiava.

- Non ho mai visto niente del genere... - mormorava - A prima vista sembrerebbe risalire ad almeno sette-ottocento anni fa... a giudicare dal tipo di lavorazione dell'oro e di livello di corrosione del metallo.

- E' un medaglione! - esclamò Kim allungando istintivamente la mano per prendere l'oggetto. Appena le sue dita sfiorarono la superficie brillante, si immobilizzò serrando gli occhi e sobbalzando. Le scarpe le caddero di mano rotolando sulla sabbia.

- Kim! Che ti succede? Stai bene? - chiese preoccupato l'archeologo afferrando la ragazza per le spalle e scuotendola. Lei continuava a sobbalzare con gli occhi chiusi, come fosse in una specie di trance.

- Aprite i cancelli, liberate la gente nella Torre di Smeraldo... Chiamate mio Padre... è nella Grotta di Fuoco... Voglio respirare l'aria riscaldata dal sole sulle onde... - continuò a mormorare frasi sconnesse per quelli che a Max sembrarono istanti infiniti, poi finalmente Kim aprì gli occhi fissandolo confusa.

- Che ti è successo? Stai bene? - chiese ancora ansiosamente il giovane archeologo, preoccupato.

- S-si... sto bene... perché me lo chiedi?

Max la fissò interrogativo - Dicevi frasi senza senso, sembravi in un altro pianeta!

- Io!? Ma che dici? Ascoltavo quello che dicevo riguardo quell'oggetto... - abbassò lo sguardo e vide che serrava ancora tra le dita il medaglione - Ma... ce l'ho io?

- Non ti ricordi di avermelo praticamente strappato di mano, prima di iniziare a farneticare come una pazza?

Kim continuava a fissare confusa il medaglione - No... non ricordo... è molto bello... - sollevò lo sguardo verso il mare, poi guardò Max. Gli occhi della ragazza brillavano di riflessi verdi scintillanti, sembrava avesse uno sguardo differente - Posso tenerlo? - chiese.

Max l'ammirava come ipnotizzato, in quel momento non pensava più alla scena a cui aveva assistito pochi minuti prima, era perso nel verde di quello sguardo nuovo, come nuotasse in correnti sottomarine che lo trascinavano dolcemente, e alle quali era incapace di resistere - Certo - disse - consideralo un dono da parte mia... e dell'oceano.

Si voltò anche lui verso il mare, fissando l'orizzonte.

30/06/10

Magic Waters VI

Rivelazioni

Magic Waters 6 Robi DEF

Continuarono a leggere e commentare le scoperte che uscivano copiose da quel vecchio manoscritto. A quanto affermavano gli antichissimi documenti, Camelot era il nome di un'isola prospiciente il tratto di costa in cui si trovava il castello. Il fatto che, affacciandosi alle molte finestre che davano sull'oceano, non si notasse traccia di terra sorgente dalle acque, né la sua presenza fosse segnata in alcuna mappa, lasciava supporre che quell'isola fosse sprofondata negli abissi in ere precolombiane, magari a causa di qualche maremoto, oppure un movimento della tettonica, particolarmente instabile lungo tutta la costiera ovest dell'America. Sempre che la storia narrata nel libro non fosse frutto di fantasia. Il particolare misterioso era che ai tempi della compilazione di quel manoscritto che ne descriveva precisamente i luoghi, l'America non era ancora stata scoperta, e la leggenda di Camelot è notoriamente un mito del Vecchio Mondo.

- Accidenti, è tardissimo! - esclamò improvvisamente Kim, guardando la pendola posta al lato della porta, le cui lancette avevano abbondantemente superato l'ora di pranzo – Siamo rimasti qui dentro per ore. Don Melville ci starà cercando...

- Hai ragione. Dobbiamo andare. Ma qui dentro ci tornerò spesso finché rimarremo qui...

Ripercorsero il corridoio verso il salone, dove trovarono il padrone di casa, comodamente seduto su una poltrona, che leggeva il giornale.

- Salve, miei giovani amici - li salutò col suo consueto sorriso cordiale - Temevo vi foste persi. Questo castello è un labirinto.

Max si grattò la testa – Ci scusi... in effetti qualcosa abbiamo perso, la cognizione del tempo! Abbiamo trovato quella magnifica biblioteca e...

- Capisco – lo interruppe Don Melville – un luogo del genere è una preda troppo ghiotta per uno studioso come lei. E' una delle biblioteche private più antiche del Mondo. Ci sono volumi raccolti nei secoli e custoditi dalla mia famiglia, che come avrete capito proviene dalla Spagna. A dire il vero, penso di averne letta solo una minima parte, di quei libri, il che è alquanto sconveniente, visti gli anni che ho trascorso in questo castello... la consideri a sua completa disposizione, mio giovane amico, forse ne saprà fare, in questi pochi giorni, miglior uso di quanto abbia fatto io.

- Ho trovato un antico manoscritto molto interessante... parla di Camelot, ma non quella di Re Artù. C'è scritto che Camelot era un'isola, e un'isola che si trovava proprio da queste parti...

Don Melville lo fissò incuriosito – Camelot? Interessante. Non ho letto quel manoscritto, ma come le dicevo, la biblioteca è sicuramente piena di informazioni che uno studioso come lei potrà mettere a frutto.

Continuarono a conversare per qualche minuto, poi si diressero in sala da pranzo, per consumare l'abbondante pasto che il Don aveva già predisposto per loro.

Una volta terminato, Max espresse la volontà di tornare a studiare i volumi della biblioteca. Kim, che era ancora provata dall'avventura con l'uragano del giorno precedente, preferì rimanere nel salone, a riposare davanti all'accogliente fuoco che danzava come sempre nel camino. Don Melville si congedò, tornando alle sue occupazioni quotidiane.

La ragazza, non appena rimase sola, si distese sul divano, stiracchiandosi pigramente. Il tepore del fuoco la induceva a rilassare corpo e mente, e prima che se ne accorgesse, cadde in un sonno profondo.


Camminava a piedi nudi lungo un corridoio del castello, fiocamente illuminato da torce poste a intervalli regolari sulle pareti. Fra di esse erano appesi quadri che ritraevano personaggi di diverse epoche, dall'aria importante, apparentemente nobili, se non addirittura re, almeno a giudicare dai paramenti che indossavano e gli accessori: gioielli, diademi, corone, spade... la cosa che la colpiva era la somiglianza fra tutti quei volti, come se appartenessero ad una stessa linea di sangue. Inoltre le parevano stranamente familiari. Finché capì perché: l'ultimo ritratto, il cui soggetto apparteneva al presente, era Max!

Un rumore improvviso alle sue spalle la scosse, qualcosa di metallico che si muoveva sul pavimento. Si voltò lentamente, col cuore che batteva impazzito, e i capelli che le si rizzavano alla base della nuca. Era pronta a qualunque cosa, ma non alla visione che le si presentò davanti agli occhi: un uomo in armatura, col viso celato dalla pesante visiera, scintillante di bagliori rossastri alla luce delle torce, che impugnava un'enorme spada, si stava avvicinando a lei.

Kim provò ad urlare, ma nessun suono le uscì dalle labbra. La sinistra apparizione si fermò, fronteggiandola. Lentamente sollevò la spada, puntandola contro di lei. Era a pochi centimetri dal suo volto, la ragazza riusciva quasi a percepirne il filo tagliente e gelido. Non poteva muoversi, e già sentiva quella lama lacerarle carne e muscoli. Ma la spada non si spostava.

Poi, con un movimento lento, ma costante, l'uomo in armatura girò il braccio, allontanando la punta della spada dal viso di Kim, dirigendola verso un corridoio alla destra di lei. Pareva volesse indicare qualcosa, e la ragazza si voltò in quella direzione, finché...


- Kim! Kim! Dove sei?

Max era entrato nel salone scendendo dalla scala a destra, e la vista del divano era coperta dal grande tavolo posto al centro della stanza.

Quando ebbe mosso pochi passi, notò una testa che spuntava tentennante da dietro la spalliera. Era Kim, che lo fissava con uno sguardo stordito e sorpreso, gli occhi semichiusi.

- Stavi dormendo? Accidenti, mi dispiace averti svegliata...

- Non fa niente... facevo un sogno stranissimo... non ricordo bene i particolari, ma mi pare ci fossi anche tu...

Max sorrise, mettendosi a sedere sul bracciolo del divano – Mi hai sognato? Spero di essermi comportato bene. Anch'io credo di averti sognata stanotte...

- Quale onore! - disse la ragazza ridacchiando - E nel tuo sogno ti sei comportato bene?

Max alzò le spalle, con un'espressione volutamente minimizzante – Insomma... comunque ti cercavo per dirti delle mie ultime sconvolgenti scoperte – continuò con tono enfatico - Ho finito di leggere quel manoscritto e... a quanto pare si tratta proprio di quella Camelot. Cioè, il Regno di Camelot, quello che poi sarebbe stato di Artù, iniziò proprio su quell'isola... qui in Messico... di più! Sembra che sia sempre rimasto qui.

- Quindi il mitico Re Artù invece della corona portava il sombrero? - commentò Kim con una risata.