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25/07/10

Magic Waters XI

Magic Waters 11 Robi

L'ultimo cavaliere

La luce tremolante delle candele rischiarava debolmente il corridoio sotterraneo, aumentando l'atmosfera suggestiva di quel posto. Kim vagava con lo sguardo sulle pareti, coperte di quadri che ritraevano antichi personaggi di varie epoche, i cui tratti somatici lasciavano intuire appartenessero alla stessa linea di sangue.

- Che succede? - chiese Max, osservando l'aria assorta e pensosa con cui la ragazza fissava i ritratti - Stai bene?

- Si... - rispose Kim - è solo che... mi sembra di conoscere questo posto, di esserci già stata...

- Suggestione - esclamò l'archeologo con un sorrisetto - Magari ti ricorda la scena di qualche vecchio film. I sotterranei dei castelli sono tutti uguali!

Kim continuava a seguire la linea progressiva in senso cronologico dei quadri, sempre più assorta. Giunta davanti all'ultimo si bloccò, con un'espressione di stupore sul viso - Accidenti! - disse, fissando il ritratto di fronte a sé - lo sapevo di essere già stata qui... anche se solo in sogno! Questo è il corridoio che ho sognato la prima notte, e questo - continuò, indicando la figura ritratta nel quadro - è il guerriero che ho visto stanotte!

Max avvicinò la candela al quadro, per vedere meglio il personaggio ritratto. Appena la luce colpì la tela, il giovane strabuzzò gli occhi, esclamando:

- Ma... questo sono io! - si avvicinò ancora di più al quadro - O meglio... sono io trasportato nel Medioevo, con tanto di barba e armatura da prode guerriero!

- Ora che ci penso - riprese Kim, parimenti stupita - nel primo sogno il guerriero sembrava voler indicarmi qualcosa, puntando la spada... da quella parte! - concluse, indicando con la mano verso la fine del corridoio, sulla sinistra.

Max voltò la candela in quella direzione, rischiarando il percorso - Che mi venga un colpo! In effetti c'è qualcosa laggiù...

Si precipitò da quella parte, seguito da Kim. In fondo al corridoio c'era una porta di massiccio legno, rinforzata con staffe di ferro arrugginite dal tempo.

- La porta! - esclamò Kim - E' questa la porta da dove ti ho visto entrare, nel secondo sogno. E' proprio lei, non mi sbaglio. Se anche gli altri particolari del sogno sono esatti, dall'altro lato della stanza dietro questa porta dev'esserci un'uscita direttamente nel mare.

Max appoggiò la mano sulla porta, immerso nei suoi pensieri, come seguisse una linea di ricordi provenienti da molto lontano - Non c'è serratura... - mormorava - però... io... - la mano percorse una delle staffe verticali, come mossa da volontà propria, fermandosi su una linea di borchie - Non c'è bisogno di una chiave... si fa così... - toccò le borchie in quella che sembrava una precisa sequenza. Con uno scatto la pesante porta inizio a girare sui cardini, aprendosi lentamente. Max e Kim rimanevano immobili, in attesa, affascinati da tutta quella magia in cui parevano immersi.

Entrarono nella stanza, facendosi luce con le candele, ansiosi di scoprire cosa contenesse quel posto. Era una piccola camera circolare, con le pareti formate da grandi lastre di nuda roccia, poggiate le une accanto alle altre, contenente un unico oggetto, conficcato in una grossa pietra levigata posta al centro della stanza: una spada di foggia antica, ma perfettamente conservata. Quando veniva colpita dalla luce delle candele rifletteva bagliori che somigliavano a scintille di fuoco.

- La stanza del mio sogno! Lì c'è la porta, infatti! - esclamò Kim precipitandosi in quella direzione, prendendo dalla tasca il medaglione che avevano trovato sulla spiaggia - Questa deve essere la chiave per aprirla - continuò, appoggiando il monile sulla serratura per confrontarli - Proprio così, corrisponde esattamente! Fidiamoci delle visioni oniriche, a questo punto, senza cercare una dimostrazione pratica... altrimenti potremmo rischiare di essere sommersi dall'oceano!

Max annuì distrattamente. La sua attenzione era tutta presa dalla spada che spuntava da quella grande pietra rotonda al centro della stanza. Si avvicinò lentamente, continuando a fissare l'elsa dell'antica arma. La linea di ricordi che da qualche minuto si era impossessata della sua mente, ora era un'onda di immagini, sensazioni, visioni che lo travolgevano, delle quali però non riusciva a catturare l'essenza. Come spinto da una forza superiore allungò la mano verso l'impugnatura della spada, afferrandola saldamente e, senza nemmeno pensarci, estraendola dalla sua guaina di roccia.

- Excalibur! - proruppe quasi urlando, mentre agitava la pesante spada sopra la testa - Ora ricordo!

Kim si voltò allarmata - Cosa!? Che hai? Che stai facendo?

- Ricordo tutto! Questa è Excalibur, proprio quella Excalibur! Il manoscritto diceva la verità. Camelot è proprio qui, sotto l'oceano e... - si interruppe pensoso, appoggiando la punta della spada sul pavimento di pietra.

- ...e? - chiese la ragazza aspettando il compagno concludesse la frase. Ma la sua attenzione fu distratta da un rumore sordo proveniente da dietro le pareti, che cominciarono a tremare, come scosse da un'immensa pressione.

I due giovani si fissarono per lunghi momenti, quasi a voler trovare conferma l'uno nell'altro dei propri timori. In risposta a quella muta domanda, le lastre di roccia che formavano le pareti della stanza iniziarono ad aprirsi, e l'acqua dell'oceano cominciò a filtrare, dapprima in sottili rivoli, che si ingrandivano mano a mano che la pressione aumentava.

Kim strinse forte la mano di Max e, prima che riuscisse a pronunciare anche solo una parola, le pareti vennero completamente divelte, e l'acqua li sommerse.

15/07/10

Magic Waters IX

mw9

La Roccia Magica

Come immagini tridimensionali uscite da uno sfondo smeraldo, forme multicolori in movimento e altre, rosso fuoco, azzurro cobalto, giallo ambrato - pesci e coralli, abitanti delle profondità marine - le sfilavano accanto, sbucando dalle rocce massicce che delimitavano un sentiero d'acqua. Muoveva veloce la pinna caudale, ammirando l'unicità di quei fondali, nonostante fossero la sua casa.

Avvolta dalla pressione delle correnti fresche dell'oceano, sentiva ondeggiare il medaglione sul seno nudo, non prestando attenzione alla sensazione familiare del contatto metallico sulla pelle, concentrata a raggiungere il luogo dell'incontro.

Lentamente dallo schermo smeraldino fatto d'acqua, immagini sfuocate diventavano sempre più limpide e definite: strade, edifici, torri. La città. La consueta animazione di sirene e tritoni popolava gli spazi, rendendo quella visione piena di vita. Si mosse velocemente, agitando con vigore la pinna, diretta verso la formazione rocciosa che delimitava i confini della città, dalla quale si ergevano imponenti colonne che sparivano nel loro slancio verso la superficie dell'oceano.

Lasciata alle spalle l'animazione cittadina, si ritrovò di nuovo immersa nel silenzio placido e avvolgente delle correnti. Arrivò a ridosso delle rocce e si fermò, mantenendo la posizione con abili movimenti della pinna. Sfilò il medaglione dal collo e lo avvicinò ad una fessura quasi invisibile fra le pietre. Introdusse il gioiello nella fessura e, con un rumore sordo, attutito dalla pressione dell'acqua, parte della scogliera si aprì, rivelando il passaggio tra il suo mondo e quello di superficie.

Entrò senza indugi, e la roccia si richiuse alle sue spalle. Bilanciandosi per un attimo sulle gambe, che avevano preso il posto della pinna caudale, avanzò lungo il tunnel che portava alla stanza della Roccia Magica. Ora avvertiva il soffio fresco dell'aria che le pizzicava la pelle nuda, facendola rabbrividire.

Giunta sulla soglia della stanza sbatté le palpebre per abituare gli occhi a quelle condizioni di luce, e alla secchezza dell'aria che riempiva il piccolo locale. Era una camera circolare, scavata nella scogliera, illuminata da due torce poste sulle pareti. Al centro campeggiava una roccia massiccia e levigata, probabilmente lavorata dalla mano dell'uomo. Dietro la roccia, dalla parte opposta da dove era entrata, con le spalle imponenti rivolte ad una porta di legno rinforzata in ferro e chiusa, un guerriero in armatura rimaneva immobile come se l'aspettasse.

Avanzò per nulla spaventata da quella visione, che a sua volta si avvicinò alla roccia centrale, sollevando e brandendo una pesante spada. Con un movimento lento il guerriero afferrò l'elsa con entrambe le mani, e la infilò nella pietra grigia e levigata. Fissandola e indietreggiando di qualche passo, iniziò a togliersi il pesante elmo, fino a scoprire il suo volto.


- Max! Max!!!

Al sentire urlare il suo nome, l'archeologo si svegliò di soprassalto, cercando di capire da dove venissero quelle grida allarmate. Riprendendosi dallo stordimento del sonno, riconobbe la voce di Kim e, senza perdere tempo, saltò giù dal letto e uscì dalla stanza, superando con pochi passi il tratto di corridoio che lo separava da quella di lei.

Entrò e corse verso il letto, dove la ragazza rimaneva immobile, seduta con la schiena contro il cuscino, che continuava a urlare il suo nome.

- Kim! Riprenditi! Che hai? - la incitava scuotendola.

- Il guerriero... il medaglione... tu! - mormorò Kim, girando gli occhi fino a incrociare quelli di lui - Max? Che ci fai qui?

L'archeologo, tranquillizzato, sedette sul bordo del letto - Mi hai chiamato tu... o meglio, urlavi il mio nome come se ti stessero ammazzando! Hai avuto un incubo?

Kim si passò una mano tra i capelli, ancora confusa - Un incubo? Non proprio, però... ricordi il mio sogno di oggi pomeriggio? Quello del guerriero in armatura?

Max annuì, e la ragazza gli raccontò quella strana avventura onirica, in cui, come una sirena abitante le profondità marine, aveva attraversato una strana città sommersa, entrando in una grotta segreta grazie al medaglione trovato sulla spiaggia, e trovandosi al cospetto con l'uomo vestito di ferro, che aveva infilato la sua spada nella roccia, e si era tolto l'elmo.

- Portava la barba e i capelli lunghi, ma... eri tu! Gli stessi lineamenti... lo stesso sguardo...

- Shhhh... era solo un sogno - sussurrò Max, accarezzandole i capelli - sei tranquilla ora?

- Si, ora che ci sei tu... - mormorò la giovane, piegando la testa e appoggiando la testa sul palmo della mano di lui. Quasi senza rendersene conto giocherellava con il ciondolo che portava al collo, la pietra di famiglia incastonata nell'anello d'oro. La sua mente ancora eccitata dal sogno creava analogie tra il medaglione che la Sirena indossava e quell'antico gioiello.

Continuando ad accarezzare i morbidi capelli di Kim, Max rifletteva. Certi particolari di quel sogno - il medaglione, la stanza segreta, la città popolata di tritoni e sirene - avevano non pochi punti in comune con le informazioni ricavate dalla lettura dei volumi nella biblioteca del castello.

- E se ci fosse davvero una stanza segreta in questo posto? - commentò, dopo averla messa al corrente delle sue ricerche - Che ne dici? Proviamo a cercarla?

- Sarebbe interessante... ma... cosa direbbe Don Melville se ci scoprisse a curiosare per tutto il castello?

Max sorrise, scendendo con la mano lungo la linea morbida della guancia di lei - Faremo attenzione a non farci sentire - affermò, mentre con la punta delle dita le accarezzava il collo - Ora sei tranquilla, Kim?

La ragazza appoggiò la testa sulla spalla di lui, chiudendo gli occhi - Si, ora sono tranquilla...

Max l'abbracciò forte, respirando il profumo dei suoi capelli, e continuando ad accarezzarla. Poggiò le labbra su quel morbido velo castano e, quasi senza accorgersene, iniziò a baciarla. Kim sollevò la testa e, sempre ad occhi chiusi, avvicinò le labbra alle sue, rispondendo a quel timido approccio.

- Sei sicuro che Don Melville non ci sentirà? - chiese sorridendo.

- Faremo piano piano... - rispose Max, ricambiando il sorriso, e iniziando a slacciarle i bottoni del pigiama di seta blu.

30/06/10

Magic Waters VI

Rivelazioni

Magic Waters 6 Robi DEF

Continuarono a leggere e commentare le scoperte che uscivano copiose da quel vecchio manoscritto. A quanto affermavano gli antichissimi documenti, Camelot era il nome di un'isola prospiciente il tratto di costa in cui si trovava il castello. Il fatto che, affacciandosi alle molte finestre che davano sull'oceano, non si notasse traccia di terra sorgente dalle acque, né la sua presenza fosse segnata in alcuna mappa, lasciava supporre che quell'isola fosse sprofondata negli abissi in ere precolombiane, magari a causa di qualche maremoto, oppure un movimento della tettonica, particolarmente instabile lungo tutta la costiera ovest dell'America. Sempre che la storia narrata nel libro non fosse frutto di fantasia. Il particolare misterioso era che ai tempi della compilazione di quel manoscritto che ne descriveva precisamente i luoghi, l'America non era ancora stata scoperta, e la leggenda di Camelot è notoriamente un mito del Vecchio Mondo.

- Accidenti, è tardissimo! - esclamò improvvisamente Kim, guardando la pendola posta al lato della porta, le cui lancette avevano abbondantemente superato l'ora di pranzo – Siamo rimasti qui dentro per ore. Don Melville ci starà cercando...

- Hai ragione. Dobbiamo andare. Ma qui dentro ci tornerò spesso finché rimarremo qui...

Ripercorsero il corridoio verso il salone, dove trovarono il padrone di casa, comodamente seduto su una poltrona, che leggeva il giornale.

- Salve, miei giovani amici - li salutò col suo consueto sorriso cordiale - Temevo vi foste persi. Questo castello è un labirinto.

Max si grattò la testa – Ci scusi... in effetti qualcosa abbiamo perso, la cognizione del tempo! Abbiamo trovato quella magnifica biblioteca e...

- Capisco – lo interruppe Don Melville – un luogo del genere è una preda troppo ghiotta per uno studioso come lei. E' una delle biblioteche private più antiche del Mondo. Ci sono volumi raccolti nei secoli e custoditi dalla mia famiglia, che come avrete capito proviene dalla Spagna. A dire il vero, penso di averne letta solo una minima parte, di quei libri, il che è alquanto sconveniente, visti gli anni che ho trascorso in questo castello... la consideri a sua completa disposizione, mio giovane amico, forse ne saprà fare, in questi pochi giorni, miglior uso di quanto abbia fatto io.

- Ho trovato un antico manoscritto molto interessante... parla di Camelot, ma non quella di Re Artù. C'è scritto che Camelot era un'isola, e un'isola che si trovava proprio da queste parti...

Don Melville lo fissò incuriosito – Camelot? Interessante. Non ho letto quel manoscritto, ma come le dicevo, la biblioteca è sicuramente piena di informazioni che uno studioso come lei potrà mettere a frutto.

Continuarono a conversare per qualche minuto, poi si diressero in sala da pranzo, per consumare l'abbondante pasto che il Don aveva già predisposto per loro.

Una volta terminato, Max espresse la volontà di tornare a studiare i volumi della biblioteca. Kim, che era ancora provata dall'avventura con l'uragano del giorno precedente, preferì rimanere nel salone, a riposare davanti all'accogliente fuoco che danzava come sempre nel camino. Don Melville si congedò, tornando alle sue occupazioni quotidiane.

La ragazza, non appena rimase sola, si distese sul divano, stiracchiandosi pigramente. Il tepore del fuoco la induceva a rilassare corpo e mente, e prima che se ne accorgesse, cadde in un sonno profondo.


Camminava a piedi nudi lungo un corridoio del castello, fiocamente illuminato da torce poste a intervalli regolari sulle pareti. Fra di esse erano appesi quadri che ritraevano personaggi di diverse epoche, dall'aria importante, apparentemente nobili, se non addirittura re, almeno a giudicare dai paramenti che indossavano e gli accessori: gioielli, diademi, corone, spade... la cosa che la colpiva era la somiglianza fra tutti quei volti, come se appartenessero ad una stessa linea di sangue. Inoltre le parevano stranamente familiari. Finché capì perché: l'ultimo ritratto, il cui soggetto apparteneva al presente, era Max!

Un rumore improvviso alle sue spalle la scosse, qualcosa di metallico che si muoveva sul pavimento. Si voltò lentamente, col cuore che batteva impazzito, e i capelli che le si rizzavano alla base della nuca. Era pronta a qualunque cosa, ma non alla visione che le si presentò davanti agli occhi: un uomo in armatura, col viso celato dalla pesante visiera, scintillante di bagliori rossastri alla luce delle torce, che impugnava un'enorme spada, si stava avvicinando a lei.

Kim provò ad urlare, ma nessun suono le uscì dalle labbra. La sinistra apparizione si fermò, fronteggiandola. Lentamente sollevò la spada, puntandola contro di lei. Era a pochi centimetri dal suo volto, la ragazza riusciva quasi a percepirne il filo tagliente e gelido. Non poteva muoversi, e già sentiva quella lama lacerarle carne e muscoli. Ma la spada non si spostava.

Poi, con un movimento lento, ma costante, l'uomo in armatura girò il braccio, allontanando la punta della spada dal viso di Kim, dirigendola verso un corridoio alla destra di lei. Pareva volesse indicare qualcosa, e la ragazza si voltò in quella direzione, finché...


- Kim! Kim! Dove sei?

Max era entrato nel salone scendendo dalla scala a destra, e la vista del divano era coperta dal grande tavolo posto al centro della stanza.

Quando ebbe mosso pochi passi, notò una testa che spuntava tentennante da dietro la spalliera. Era Kim, che lo fissava con uno sguardo stordito e sorpreso, gli occhi semichiusi.

- Stavi dormendo? Accidenti, mi dispiace averti svegliata...

- Non fa niente... facevo un sogno stranissimo... non ricordo bene i particolari, ma mi pare ci fossi anche tu...

Max sorrise, mettendosi a sedere sul bracciolo del divano – Mi hai sognato? Spero di essermi comportato bene. Anch'io credo di averti sognata stanotte...

- Quale onore! - disse la ragazza ridacchiando - E nel tuo sogno ti sei comportato bene?

Max alzò le spalle, con un'espressione volutamente minimizzante – Insomma... comunque ti cercavo per dirti delle mie ultime sconvolgenti scoperte – continuò con tono enfatico - Ho finito di leggere quel manoscritto e... a quanto pare si tratta proprio di quella Camelot. Cioè, il Regno di Camelot, quello che poi sarebbe stato di Artù, iniziò proprio su quell'isola... qui in Messico... di più! Sembra che sia sempre rimasto qui.

- Quindi il mitico Re Artù invece della corona portava il sombrero? - commentò Kim con una risata.

06/11/09

La Strada del Re

la strada del re4

C’era una volta un Re, che non sapeva di essere Re.

Sapeva di essere un Cavaliere dalla spada di fuoco, il mantello rosso e l’aura blu. Ma non immaginava di essere un Re.

I suoi sudditi sapevano che lo fosse, era troppo diverso da loro: troppa bontà, troppa generosità, troppo coraggio, troppo senso della giustizia, troppa lealtà verso chi gli voltava le spalle… no, non era uno di loro. Aveva un cuore troppo nobile per essere un semplice popolano.

I suoi sudditi sapevano fosse il Sovrano, ma nessuno glielo diceva, erano troppo invidiosi per suggerirglielo, e temevano  che con la sua Forza li avrebbe sottomessi alla propria volontà, così continuavano per la loro strada facendo finta di ammirare il carisma del Cavaliere, anche se di lui, gli importava soltanto che non salisse al potere, curandosi solo di non rivelargli che era il Re.

L’anima del Cavaliere era troppo pura per conoscere l’invidia, e troppo altruista per ambire al potere, così continuava a battersi per difendere i diritti dei più deboli, come un eroe venuto dal cielo per combattere i demoni dell’ingiustizia.

Non si chiedeva mai perché quando percorreva le vie di qualsiasi luogo tutti i presenti esultassero, ma non appena l’ultimo lembo di mantello voltava l’angolo, nessuno si ricordasse di lui.

In realtà tutti si ricordavano di lui, ma la gente era troppo ingrata per far sì che la loro riconoscenza durasse più di tre minuti per vita.

Il Cavaliere regalava sorrisi a chiunque li chiedesse, era una grande compagnia per chiunque lo cercasse, tutti l’adoravano. Ma tutti erano troppo egoisti per ammettere che fosse migliore di loro, e adorarlo sinceramente. Preferivano avere l’ambiguità come sovrana, piuttosto che un Re coraggioso e altruista come lui.

Era sempre circondato da persone d’ogni genere, il Re. Ma il suo spirito guerriero era più solo di una barca in balìa del mare in tempesta, la sua unicità di cuore puro sembrava non avesse compagni in nessun angolo del mondo.

Una damigella vestita d’oro piangeva seduta nella piazza principale, tutti la guardavano, nessuno si avvicinava.

Il Cavaliere ne ebbe pena e pensò di salvarla dai suoi tormenti. Armato di buon cuore e forte del suo scudo indistruttibile, la portò nei pressi della sua residenza, abbassando il clipeo che lo rendeva invulnerabile.

È qui che subì l’incantesimo della Strega del Sonno.

L’inganno era il suo mestiere, e spogliatasi dell’oro preso alla Regina delle Menzogne, che l’aveva vestiva di luce artificiale offuscando la vista del Cavaliere, aveva barattato l’eroe col suo ego sornione,  pronunciando il sortilegio che lo addormentò profondamente.

Imprigionato nel sogno, il Cavaliere impugnava urlando la sua spada di fuoco, combattendo mostri vestiti di fiori e profumi, che lo beffeggiavano svanendo nel nulla appena li avvicinava.

Il suo coraggio gli impediva di arrendersi, la sua forza gli imponeva di continuare a combattere, sapeva di poter svegliarsi e uscire dall’incubo innescato dalla Strega del Sonno camuffata da fata della vita.

L’arpia rideva mentre stava per sferrare il colpo decisivo, quello con cui avrebbe potuto far sua l’anima pura e valorosa mangiandogli il cuore.

Un’aquila mandata dal cielo, planò su quelle mani rozze e avide di appariscenza e potere privandola del pugnale, i suoi artigli le cavarono gli occhi sfregiandole il viso tra urla e contorsioni che interruppero l’incantesimo, ridandole l’aspetto clandestino dello squallore, che la rivestì dei suoi stracci.

Il Cavaliere si destò dal sonno, e senza scappare, restò a guardare la fine della strega, alzando scudo e spada verso il cielo in segno di riconoscenza divina.

Una ragazza mandata dall’Imperatore in persona per restituire la corona al suo Re, avanzava dal lato opposto del sentiero cui era arrivata la megera.

Aveva ancora le braccia alzate, il Cavaliere, quando la portatrice vide la sua gloriosa figura. Lo riconobbe subito.

L’Imperatore le aveva dato come indicazione la spada di fuoco che il Re avrebbe impugnato mentre lei lo cercava. Ma alla ragazza non servì guardare la spada: lo riconobbe dal sudore che imperlava gocciolante la fronte del Guerriero.

Gli sorrise mettendogli la corona sulla testa, mentre lui la fissava con occhi interrogativi, dicendole di non essere la persona a cui era destinato l’importante diadema.

Lei, asciugandogli il sudore e raccogliendolo in un fazzoletto, gli fece cenno di si, senza dire niente. In seguito avrebbe avuto tempo per spiegare.

La luce dello smeraldo incastonato nella corona si riflesse sulla spada incandescente, tramutandola in uno scettro che il Cavaliere impugnava saldamente, osservando stupito ciò che era sempre stato suo. Guardò negli occhi la ragazza e capì.

La Regina sorrise al suo Re dal Mantello Rosso, l’Aura Blu e lo Scettro di Fuoco. E la corona di smeraldo, lanciando in Aria il fazzoletto intriso di sudore.

L’Imperatore lo raccolse tra i soffi del Vento, e da quelle gocce d’Eroe mescolate ai semi della Terra, creò Gabriel, il più forte degli Arcangeli.





23/04/09

L'Ultima Notte d'Inverno

28/09/2008


L’ ultima notte d’inverno si specchiava di Azzurro Celestiale
Preparavo le valige per il Viaggio che mi avrebbe portato al Dove,
i fari della mia Auto erano già accessi,
scrutati dall’ Alto  da un’ Anima Guerriera.

“Per questo Viaggio ci vuole coraggio
Ti sono accanto su questo Cammino
Però ti prego tu dammi la mano
E tutto quello che è stato, è già stato
Lo metteremo nel nostro passato”.

Diceva con voce soave,
mentre silenziosamente rispondevo al Richiamo del Cielo.

“Vieni con me, e i deserti polverosi
diverranno Acqua fresca che disseta il Cuore”. 

Accettai Sogni e Speranze,
lasciando indietro i compromessi,
e cominciò il Nostro Viaggio attraverso la nebbia.
Mi persi tra gli Abissi, diventandone la Regina.
L’Anima Guerriera ripose per un attimo la sua Spada,
restando vulnerabile alla Voce che con Argenteo respiro,
chiedeva il Suo Coraggio, donandogli la Sua Grazia.
Tese i pugni verso il Mare inchiodandoli alla Sabbia,
raccogliendo le Note di una sottile Canzone,
che lasciava cadere dai Suoi capelli.

Il Corridore era pronto a portare la Luce,
e l’ultima notte d’inverno svanì insieme alla nebbia,
lasciando spazio alla prima Aurora
della Primavera di fine Marzo,
Madre di Acqua, Aria, Fuoco e Terra,
preludio dell’Estate Infinita.

Alito di Stelle e scintille di Sole,
formarono il Ponte Multicolore che attraversa l’Orizzonte,
oltre il Quale c’è il Mondo.

Quattro Soffi di Cielo aprirono la Strada,
Centoventi Canzoni la percorsero.

E il vero Viaggio ebbe inizio.