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23/01/10

Ali d’Acqua XII

Spiaggia BN

La spiaggia deserta

di Robi & Samy California

Melville planò con grazia sulla battigia, saltellando una, due volte, finché l’inerzia dell’atterraggio non fu assorbita dalla sabbia, quindi scosse le piume della testa e si lisciò le ali, con rapidi colpi di becco finché, soddisfatto, si fermò a osservare la spiaggia, e il mare di fronte a lui.
Gonfiò il piumaggio, faceva fresco a quell’ora, che non era ancora sera ma non era nemmeno più giorno, e l’immobilità dell’aria, la piatta superficie dell’Oceano, e la distesa di sabbia bianca ai suoi lati, che sembrava infinita, contribuivano ad accrescere quella sensazione di freddo, che iniziava a insinuarsi fra le sue ossa cave. Quella era l’ora in cui, di solito, arrivavano i suoi amici, i due buffi umani che si tenevano sempre per mano, e sedevano sul divano rosso a ridosso del bagnasciuga, emettendo strani suoni che sembravano una sorta di linguaggio, ma che Melville non riusciva a comprendere. Solo che, stasera, i suoi amici non c’erano, e il gabbiano intuiva forse non sarebbero venuti.
Melville aveva sempre abitato la spiaggia, che esisteva da sempre, a quanto ricordava, come da sempre c’era lui, lì, ad osservarla formarsi. Quando lui arrivò, la spiaggia era un deserto di immagini sfocate, fatto solo di rocce, gelide come l’acqua del mare che le circondava. L’alito caldo del vento che nasceva dalle ali dell’Arcangelo ancora non c’era, come non c’erano, a formare le onde, le correnti che la Figlia dell’Oceano alzava fino al cielo.
Arrivarono lentamente, e ai primi soffi di vento le rocce lasciarono spazio a un lembo di sabbia bianca, mettendosi ai lati, per far sì che le onde modellassero la spiaggia, in attesa che i suoi amici, finalmente, arrivassero e ne prendessero possesso. Perché era stata creata a loro immagine, la spiaggia, prima ancora che loro fossero creati, e per loro, e loro soltanto, esisteva.
Li vide, un giorno di inizio estate, che si scambiavano sguardi e sorrisi tenendosi le mani, seduti su una di quelle rocce. C’erano ancora le ali sulla schiena di Lui, e la coda con la pinna, al posto delle gambe di Lei. Era l’inizio di una magia, che presto divenne amore, un amore che li avrebbe portati a rinunciare a parte della loro natura eccezionale, ma gli avrebbe donato la possibilità di vivere l’Uno per l’Altra. E quella spiaggia sarebbe esistita finché loro sarebbero stati in grado di raggiungerla.
Il che rendeva Melville in qualche modo fiducioso: anche se stasera i suoi amici non si erano visti, questo non significava non sarebbero più venuti, sulla spiaggia bianca. Forse erano impegnati altrove, ma la spiaggia esisteva ancora. Ed era la loro spiaggia. Altri posti simili, o completamente differenti, esistevano da altre parti, per altri amici, di altri gabbiani -Melville tendeva a rapportare a sé ogni forma di vita, che non fossero i suoi amici, per questo ragionava così - lo sapeva, ma quella spiaggia bianca era solo per quei due che si tenevano per mano, sedendo sul divano rosso a ridosso del mare.
Melville spiccò un salto, e volò fino al divano, dove si adagiò, mettendosi comodo. Aveva visto formarsi quel divano, lentamente lo aveva osservato sorgere dalla sabbia, in attesa che i suoi amici potessero infine sedervi, e aveva visto il mare gonfiarsi, e il cielo coprirsi di nuvole chiare, mentre quel momento si avvicinava. Avrebbe custodito lui quel posto, finché i suoi amici non fossero tornati, si sarebbe seduto lui sul divano rosso, aspettando il loro ritorno.
Mentre seguiva il filo dei suoi pensieri, Melville sentì, o meglio, percepì, un cambiamento nell’aria. Si era alzato un soffio di vento, caldo, che proveniva dalla spiaggia, diretto verso la superficie del mare, che iniziava a incresparsi. Il vento correva forte sopra di lui, portando con sé le ombre veloci provenienti dalla spiaggia, e alzando lo sguardo, il gabbiano vide che le nuvole si stavano addensando, ad est, e lentamente si abbassavano sull’Oceano. Il mare si agitava sotto il violento soffio del vento, quasi volesse accelerare il moto delle onde, aumentandone il volume, l’altezza e l’intensità.
Pareva quasi che onde e nuvole cercassero di toccarsi: un contatto, un abbraccio.
Melville gonfiò le piume, bianche come la sabbia della spiaggia, e sorrise. Intese quel vento come un richiamo da parte dei suoi amici: non erano lì, ma si cercavano, onde e nuvole si compattavano abbracciandosi nello stesso modo in cui lui aveva tante volte visto fare l’Arcangelo e l’Ondina.
I suoi amici sarebbero tornati, ne era sicuro…
Scosse le ali sorridendo, e le schiuse, alzandosi in volo verso l’orizzonte.

17/01/10

Ali d’Acqua XI

newspaper 1

Breaking News

San Francisco-
Ultimi aggiornamenti dalla Costa Ovest: tutte le comunicazioni da San Francisco sono interrotte, impossibile raggiungere la zona con qualsiasi mezzo, le notizie che ci arrivano si basano su comunicati ufficiali dell’Ufficio del Segretario di Stato. Fra le ipotizzabili cause del disastro, un terremoto di magnitudo 9,5, una serie di esplosioni che hanno interessato varie zone della città, sulla cui natura ancora non è possibile avere ulteriori informazioni. Non si conosce il numero delle vittime né è possibile avere stime precise circa l’entità del disastro, sulle quali le fonti ufficiali mantengono ancora uno stretto riserbo. L’evento che ha interessato San Francisco ha avuto ripercussioni su tutta la Costa Ovest, e scosse sismiche di lieve intensità sono state registrate anche nella Columbia Britannica, e in Alaska. Ulteriori approfondimenti nelle successive edizioni.

 Sidney-
Un’onda anomala di proporzioni eccezionali ha colpito la città di Sidney, provocando quello che già alcuni organi di informazione etichettano come l’evento “Fine del Mondo”. L’onda, che ha trascinato nella sua corsa verso l’entroterra tutto quello che incontrava sul proprio percorso, si è abbattuta sulla metropoli australiana intorno alle 9.46 del mattino, provocando danni sulla cui entità è ancora impossibile avere valutazioni anche approssimative, ma se i dati venissero confermati, si prospetterebbe uno scenario di devastazione di proporzioni mai viste. Attendiamo aggiornamenti, che comunicheremo in tempo reale con edizioni speciali dei nostri notiziari.

13/01/10

Ali d’Acqua X – Parte Seconda

Water Wings XIIa

 

La Fine del Domani? 

Parte Seconda: l’ultima onda

Devereaux capì subito che la situazione era giunta al punto di non ritorno. Non aveva mai visto Grace così tesa, e preoccupata. In realtà non l’aveva mai vista preoccupata, al punto che a volte pensava fosse una specie di androide, come quelli dei racconti di Asimov, o i simulacri di Dick, personaggi che riflettevano l’emozionalità attraverso calcoli binari. Naturalmente non era consapevole che quello schermo di saldo autocontrollo era mantenuto in piedi dai poteri atlantidei dell’Ondina, una barriera che doveva proteggere la sua natura oceanica.
- Dovremo mettere in moto tutta la struttura - disse, dando un’ultima occhiata ai grafici di rilevazione che Grace aveva tratto dalle registrazioni effettuate in mare aperto, durante il suo primo incontro col Kraken - e non sarà una cosa possibile in tempi brevi.
- Dovrà esserlo - intervenne la ragazza - perché se i calcoli sono esatti, questa anomalia raggiungerà piena potenza entro due giorni.
Devereaux si grattò il mento, un gesto abituale, che denotava un momento di dubbio. Poi si lisciò indietro il ciuffo di capelli brizzolati.
- Che cosa c’è laggiù, Grace? Da come ne parli sembra quasi un... démone... ne cest pas?
Grace lo fisso per lunghi istanti, senza rispondere. Poi batté l’indice sui tabulati, sparsi sulla superficie della scrivania.
- Inizia a metterti in contatto con ogni cellula dell’organizzazione, e quando le hai contattate tutte, passa ad avvertire gli altri, senza dimenticarne nessuno. Non sappiamo dove l’anomalia colpirà la prossima volta, ma ti assicuro che sarà un disastro. Cerchiamo almeno di limitare i danni.
Devereaux annuì, tornando a grattarsi il mento, mentre Gacelyn usciva dalla stanza, con passi veloci e nervosi.

- Tu sei pazza! Non ti è ancora bastato?
Chuck era visibilmente agitato, e non lo nascondeva, gesticolando in direzione di Grace, con la concitazione di un ragazzino che sa di aver ragione, ma non trova credito presso l’interlocutore.
- Vuoi tornare laggiù, da sola?
- Non da sola, Chuck, con te - rispose l’Ondina, sorridendo. Era seduta su una comoda poltrona di pelle color cobalto, le gambe accavallate, fasciate in pantaloni neri attillati.
- Mi pare l’ultima volta non sia servito a molto, se non quasi a rimetterci la pinna, Grace!
- Non ho più la pinna da un pezzo, Chuck, e non temere, so quello che faccio.
Chuck si piazzò di fronte a lei, con le mani sui fianchi, -Come sempre, certo. Ma almeno hai avvertito Gabriel?
Gracelyn aggrottò le sopracciglia – No - disse. Da qualche ora non riusciva a stabilire un contatto telepatico col suo Arcangelo, e questo contribuiva ad aumentare la sua preoccupazione. La terrorizzava, a dirla tutta - Ma anche Gabriel sa il fatto suo. Prepara la barca, Chuck, fra un’ora partiamo.
L’aborigeno sollevò gli occhi al cielo, ma non disse nulla.

Nessuna strategia era servita, nessuna mossa o contromisura, per non parlare dei suoi poteri, che parevano inutili contro il Kraken.
Grace aveva tentato un attacco psicocinetico, come la prima volta, ma non era riuscita a penetrare l’aura nera di glaciale assenza emotiva del Mostro. Non era nemmeno sicura il Kraken avesse una coscienza, addirittura un cervello, dentro il quale introdursi con i poteri mentali.
Aveva quindi pensato di sfruttare la sua forza, e il controllo dell’elemento marino, creando onde d’urto o, ruotando su se stessa, dando origine a vortici che muovevano tonnellate di acqua, lanciandole contro la massa scura del Kraken, ma senza sortire effetto.
La cosa più inquietante era la totale immobilità del mostro, durante i suoi attacchi: il Kraken non faceva nulla per controbattere i colpi mentali, e quelli fisici, limitandosi a rimanere immobile, sul fondo dell’Oceano, fissandola con quel suo occhio giallo, sinistro, allucinante.
Chuck, a bordo della barca, seguiva la lotta attraverso i sonar e gli scanner sottomarini, interpretando le onde sinusoidali e le termografie, come fossero nitide immagini assolutamente leggibili. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte, mentre cercava di mantenere il più saldamente possibile un contatto telepatico con l’Ondina, che si trovava tremila metri sotto di lui, nelle profondità dell’Oceano.
Grace era allo stremo. Durante tutta la lotta aveva cercato di mettersi in contatto con Gabriel, ma nessuna risposta era giunta dal suo Arcangelo. Sapeva cosa significasse, ma cercava di negarlo, perché non avrebbe potuto concepire un futuro senza di lui. Chiuse gli occhi, concentrandosi sull’immagine del volto di Gabriel, quando sorrideva sornione, sedendo abbracciato a lei, sul divano rosso nella Spiaggia Bianca. E questo pensiero fu la sua fine.
Il Kraken si sollevò improvvisamente dal fondo dell’oceano, spostando una massa d’acqua grande come un isola, che iniziò a risalire in superficie, provocando un vuoto di pressione nella scia. Grace fu improvvisamente risucchiata in quel vuoto, e poi sbattuta contro le rocce taglienti che ricoprivano il fondale, mentre una scura nuvola di sabbia l’avvolgeva, oscurandole la visuale.
Il Kraken iniziò lentamente a salire in superficie, seguendo la massa d’acqua, e battendo coi tentacoli le rocce tutt’intorno. Colpi che staccavano massi e detriti, pesanti e giganteschi, che iniziarono a franare lungo l’irregolare fondale, colpendo Grace, impossibilitata a schivarli.
Un detrito la centrò in piena fronte, e in quel momento, in superficie, Chuck perse il contatto con lei.
Grace giaceva sul fondo del mare, mentre le rocce le cadevano addosso, formando lentamente quello che pareva un tumulo funebre, e aumentava in altezza e dimensioni. Finché l’Ondina sparì, seppellita da tonnellate di roccia, che la pressione delle profondità oceaniche saldava, rendendo quel tumulo sempre più simile a una tomba.
Infine fu il silenzio assoluto, e l’assenza di ogni moto, sul fondo dell’oceano. Un silenzio e un’immobilità che sapevano di morte.
In superficie Chuck osservava, paralizzato dal terrore, l’onda anomala alta sei metri e in continua crescita, che si muoveva a velocità pazzesca in direzione di Sidney. E dietro di essa, una figura scura che pareva uscita da un incubo, sembrava guidarne il percorso.

06/01/10

Ali d’Acqua X – Parte Prima

Water Wings XII

La Fine del Domani?

Parte Prima: la caduta dell’Arcangelo

Rivedere i particolari del disastro spezzettati in fotografie dai colori vividi e netti, creava il necessario distacco per poterne discutere, e di questo Gabe fu grato alla sua fedele Nikon.
Era in piedi, con una mano appoggiata sulla scrivania del Capo, e mentre parlava con lui, l’occhio cadeva ora a una ora all’altra delle fotografie che aveva appena finito di stampare. Steve invece fissava quelle immagini, quasi ipnotizzato. In tanti anni di mestiere non aveva mai visto una rappresentazione dell’orrore così iperrealista.
- Che dicono le autorità? - chiese, giocherellando con la stilografica, che batteva ritmicamente sul piano del tavolo in vetro.
- Brancolano nel buio - rispose Gabe - tanto per usare una frase che, in questo caso, mi pare azzeccatissima.
Steve sollevò lo sguardo dalle foto e fissò il fotografo. Gabe ricambiò lo sguardo.
- Lascia stare – continuò - piuttosto, ci sono dati precisi sul numero delle vittime, l’entità del disastro?
Il Capo volse lo sguardo in direzione della finestra alla sua sinistra, di là dalla quale San Francisco si stagliava netta, nella luce del primo pomeriggio - Non ancora, ma ci aggiriamo sulle 350...
- Mio Capo... - mormorò Gabriel. Steve lo guardò di nuovo.
- Che hai detto?
- Nulla - rispose l’Arcangelo, mordendosi il labbro, per essersi lasciato sfuggire quell’esclamazione - Cosa facciamo con queste?- continuò, indicando le foto.
- Direi... - iniziò Steve, interrompendosi immediatamente, mentre una sorda vibrazione che aumentava sempre di più, attraversava il pavimento e i muri della stanza. Gabe si appoggiò al muro, e la vibrazione gli trapassò la schiena, sempre più forte, mentre tutto nell’ufficio sembrava tremare, e sdoppiarsi. Steve aveva gli occhi spalancati e le mani strette sul bordo della scrivania. Poi, come era iniziata, la vibrazione finì, e i due si fissarono negli occhi.
- Una piccola scossa di terremoto - mormorò Steve, sospirando - la solita Frisco...
- Già - disse Gabe, imitando un’ombra di sorriso. Perché sapeva che era un’altra, la reale causa di quella vibrazione: il Leviatano era entrato in azione.

Volò con tutta la velocità che le sue ali divine permettevano, e in pochi secondi raggiunse il centro della città. E lo vide. Il Leviatano rimaneva nella propria dimensione, leggermente sfalsata rispetto a quella del piano di realtà che conteneva la Terra. A vederlo così -e solo gli occhi dell’Arcangelo potevano scorgere i diversi piani dimensionali contemporaneamente- sembrava una dissolvenza incrociata di immagini: due sequenze di filmati sovrapposte di cui una, la città con le sue frenetiche attività, il traffico, la gente, gli edifici, più nitida, e contrastata; l’altra, la massa grigiastra e viscida del Leviatano, con le bolle di antimateria che pulsavano come bubboni sul punto di esplodere, trasparente ed eterea.
Gabriel si era posto sul limite dei due piani di realtà, e anche lui rimaneva invisibile agli occhi indiscreti dei Sanfranciscani, e di ogni apparato tecnologico in grado di riprendere la scena. C’era poco tempo da perdere, e lo sapeva: il Leviatano stava materializzandosi nella dimensione terrena, con le sue bolle letali in procinto di annullare istantaneamente pezzi di San Francisco, ripetendo la scena che aveva fotografato, qualche ora prima, ma in una più vasta area della città.
Senza pensarci, materializzò la Spada di Luce, che brillò diafana nella sua mano, e si preparò ad attaccare. Pensò a Grace, e si chiese dove fosse, e cosa stesse facendo in quel momento. Il loro legame telepatico gli riportava sensazioni contrastanti: risoluzione, decisione, paura. L’Ondina stava probabilmente approntando la sua linea di difesa contro il Kraken. Ma più di questo, Gabriel nn riuscì a sentire.
Si lanciò contro la massa grigia del Leviatano, che si muoveva bulbosa e lenta, fra i due piani di realtà, e affondò la spada al centro della Cosa, dove secondo logica dovevano esserci organi vitali. Ma il Leviatano non era un essere vivente, non nel senso canonico della parola, e l’attacco dell’Arcangelo non sortì altro effetto, se non quello di aumentare la massa del Mostro.
Gabriel si allontanò di qualche metro, fissando quell’oscenità diventare più grande, le bolle di antimateria che rilucevano di un lucore giallastro, pulsando come bozzoli contenenti forme di vita inimmaginabili. Era quasi affascinato da quella visione, ipnotizzato, un senso di nausea che sfociava in angoli nascosti della sua mente, quelli che, nonostante la sua natura Divina, non riuscivano a comprendere la piena ed esatta natura del Male.
Quell’esitazione di un momento fu la sua fine. Il Leviatano lanciò una bolla di energia, che avvolse Gabriel, senza dargli il tempo di reagire, mentre un’altra bolla imprigionava la Spada di Luce, allontanandola da lui. L’Arcangelo fu attraversato da onde di puro dolore, mentre la bolla diventava solida, chiudendosi intorno a lui. Per un attimo fu come se il fuoco dell’Inferno incendiasse ogni atomo del suo essere semidivino, e in quell’attimo il Messaggero della Luce credette che il Capo, quello che ha visto tutto, e tutto previsto, lo avesse abbandonato, o ingannato, o peggio.
Per un attimo. Perché subito la coscienza di sé abbandonò l’Arcangelo, e Gabriel si accasciò all’interno della sfera, come una marionetta priva di vita a cui avessero tagliato i fili.
Da qualche parte in Paradiso, una Luce si spense.

10/12/09

Ali d’Acqua VII

Water Wings 8

Il Leviatano

Dopo aver scattato le ultime foto, Gabriel si allontanò dalla scena del disastro, diretto all’auto. Mentre riponeva l’attrezzatura, rifletté sul senso di quello che aveva visto: la prima, palese manifestazione del potere del Leviatano, talmente palese, pensò, da non potere essere fraintesa. Era un messaggio, chiaro, limpido e a tutto volume, diretto a lui, e attraverso lui, ai Piani Alti. Diceva, in sostanza: “eccomi, sono sveglio, e sono qui. A voi la prossima mossa!”, seguito da una risata sinistra che Gabe poteva sentire chiaramente risuonare fra i pezzi di carne maciullata, e i brandelli di edifici rimasti, dopo il passaggio del Mostro.
Da quando aveva accettato la sua missione terrena, ne aveva viste di scene da far rivoltare lo stomaco: attentati, massacri seriali, incidenti di colossali proporzioni, ma in quello che si era appena lasciato alle spalle c’era una pianificazione, una malvagità talmente sottile, che anche un Arcangelo poteva, per un momento, sentire il bisogno di appoggiarsi a una parete, e chiudere gli occhi, in attesa che il senso di nausea passasse.
Doveva a questo punto rendersi conto in maniera più precisa, di quanto la minaccia del Leviatano fosse prossima al suo pieno manifestarsi, e quanto il Leviatano stesso fosse vicino.
Chiuse la portiera dell’auto e, a piedi, si diresse verso un vicolo abbastanza stretto, scuro e appartato, perché potesse dispiegare i suoi poteri senza che sguardi indiscreti spiassero le sue mosse. Con un ultima occhiata intorno, richiamò a sé la Luce delle Sfere.
Lentamente una luminosità diafana lo circondò, localizzandosi dietro le sue spalle, e rimanendo in sospensione, come una nebbia vagamente fluorescente, che formava un vago disegno di ali. L’ombra di quelle a cui, accettando la missione, e l’amore di Gracelyn, aveva rinunciato, allo stesso modo in cui l’Ondina, contraccambiando quell’amore, si era metamorfizzata in una creatura con due gambe, al posto della pinna caudale.
Una volta che la luminescenza rimase stabile, dietro le sue spalle, Gabriel si alzò in volo, raggiungendo in breve un’altezza sufficiente per vedere, sotto di sé, tutta San Francisco.
Nel suo cielo, a poche centinaia di metri dalle nuvole, Gabe si sentiva a casa, pienamente conscio che quella consapevolezza proveniva da molto più alto, dalla Grazia che scorreva per sempre nelle sue vene, ed era un suo retaggio naturale, e anche se non avrebbe più ammirato la Luce di Dio direttamente dai Suoi occhi, lo sguardo di Grace compensava totalmente, con le sue verdi scintille di pura emozione, quella perdita.
Gabriel sorrise, anche quegli occhi erano casa sua, ormai, la casa più bella avesse mai avuto.
Ma l’amore doveva aspettare, ora. C’era una questione da prendere in considerazione, coinvolgente il destino del Pianeta che era stato chiamato a proteggere.
Abbassò lo sguardo verso quel reticolo di linee intersecate color grigio chiaro, con chiazze bianche, verdi e azzurre, che era San Francisco vista da 5.000 metri d’altezza, in verticale. I suoi occhi riuscivano a scorgere il movimento brulicante di mezzi meccanici e organismi biologici che riempiva le strade. Da lassù poteva sembrare una simulazione virtuale di un mondo, qualcosa che ancora non era stato attuato, se non nella mente di un creatore un po’ folle -uno che amava il caos, ma aveva un disegno preciso verso cui convogliare l’Entropia - il che non era poi molto distante dal vero.
Queste considerazioni occuparono la mente dell’Arcangelo per lunghi istanti, e Gabriel si meravigliava sempre di quanto, pur perfettamente congegnato, quel mondo era dotato di un libero arbitrio, talvolta utilizzato in maniera obliqua, ma pur sempre il dono più grande che ogni struttura dell’universo potesse ricevere. Molti dei settanta pianeti del multiverso erano governati dalla fredda causalità, o dalla stasi.
Interrompendo il flusso dei pensieri, Gabriel si concentrò per vedere oltre l’apparenza, spogliando il panorama cittadino che si stendeva sotto di lui dagli orpelli superficiali. Nei fumetti potevano chiamare questa capacità “vista a raggi X”, o qualcosa di altrettanto pittoresco, ma non era così che funzionava. In realtà, la vista di Gabriel penetrava dentro la struttura stessa della materia, riuscendo a mettere a nudo qualunque cosa stesse disconnettendone il tessuto.
E quella cosa, nella fattispecie, era il Leviatano.

Si stendeva sotto la città, coi suoi tentacoli proteiformi, continuamente cangianti, pieni di bolle d’antimateria pronte ad essere convogliate nella realtà sovrastante, asportandola completamente, com’era appena successo, e nel modo che le foto che aveva scattato avrebbero reso ancor più sinistramente chiaro, una volta sviluppate.
Sembrava dormire, il Mostro, ma Gabriel sapeva che non era così. Piuttosto attendeva un segnale, qualcosa che gli desse il via, e lo incitasse a liberare ancora il suo potere distruttivo contro quella città, quel pianeta. Un fulgore bianco scintillò per un attimo nella mano destra dell’Arcangelo, prontamente spento con un piccolo sforzo di volontà da Gabe. Non era il momento per far brillare la Spada di Luce. Quel tempo sarebbe venuto, ma non ora, non ancora.
Il Leviatano era perfettamente immobile, e Gabriel ne ammirava, in qualche modo affascinato, la perfetta simmetria non euclidea dei tentacoli, della testa allungata e terminante a punta, coi tre occhi chiusi da palpebre seriche e umide, di colore giallastro. Pensava a come sarebbe stato facile, ora, piombare giù in picchiata, attraversare il reticolo della realtà dove il Mostro si era innestato, e colpirlo nel terzo occhio con un colpo perfetto della sua spada divina. Ma non era il momento, e anzi, quello rischiava di rovinare tutto, perché i poteri antimaterici del Leviatano sarebbero stati trasferiti al Kraken, con effetti devastanti.
Fu proprio in quel momento che percepì uno strappo nel legame telepatico che costantemente lo teneva in empatia con Gracelyn. Come se... Gabriel scartò quell’ipotesi, più per l’orrore insito nella possibilità che per reale convinzione. L’Ondina non poteva essere... non era possibile che... per lunghi istanti i pensieri dell’Arcangelo innamorato vagarono, privi di coordinate, mentre la brillantezza delle ali diventava più forte, e a tratti la Luce divina lampeggiava nel suo palmo, quasi fuori controllo.
Finché, con un sospiro di sollievo, accolse il ritorno del segnale empatico, che ronzò come il canto di un’allodola nella sua mente. Grace era viva, grazie al Capo!
Ma qualcosa doveva esserle successo, in quei brevi momenti, probabilmente aveva perso i suoi poteri telepatici, e la causa poteva essere una sola: l’Ondina si era trovata a tu per tu col Kraken.
Dovevano parlare. E subito anche. Non aveva finito il pensiero, che udì il familiare richiamo di Gracelyn, simile a un canto, che preannunciava un incontro alla Spiaggia Bianca, dove lei lo stava già aspettando, e dove lui, chiudendo gli occhi, e aprendo il varco dimensionale, si diresse, senza perdere un solo istante.

05/05/09

Dead bird

 Il racconto è stato cancellato perché pubblicato sul numero III (Settembre/ottobre 2010) della rivista 'Notabilis'.