
Arrivo di solito due, tre giorni prima della mareggiata, mi trovo un posto isolato e ben protetto dal vento di terra, che potrebbe compromettere il taking off sull’onda. Piazzo la tenda, controllo che la tavola sia a posto, e aspetto.
Per qualcuno il Surf è una sorta di religione, ma io non la vedo così. Non è uno sport, non solo, questo è chiaro. Personalmente lo tratto come un fratello, che mi insegna a restare in piedi su meno di un metro di legno, senza dover necessariamente parlarmi. Il suo lessico è il moto delle onde, le correnti d’aria che mi assalgono quando, nel mezzo di un tube riding, la parete d’acqua sopra di me si piega fino a formare un tunnel azzurro, e la longboard sotto i piedi inizia a vibrare.
Parla con il crescere lento ma continuo dei flussi e delle correnti, man mano che la mareggiata si avvicina, e la distanza fra due onde successive diminuisce, mentre aumenta la loro altezza. E’ un momento particolare, quello. Una buona onda deve avere un rapporto altezza/velocità pressoché perfetto. Altrimenti tanto varrebbe andare in un Parco Acquatico.
Non vado sempre nello stesso posto, no, perché è difficile trovare condizioni favorevoli per due anni successivi in uno stesso punto della Costa, e poi mi piace cambiare. Conosco surfisti che, una volta trovata la spiaggia ideale, l’eleggono a loro campo base, e ci tornano sempre. Li chiamano i ’local’, in gergo. Io no, sono un Nomade, mi baso sulle previsioni meteorologiche, e su quel minimo d’intuito, che anni di pratica ha affinato.
No, il Surf non è una religione, per me, e nemmeno uno sport. E’ un modo per sentire parlare l’Oceano, con la sua voce silenziosa, fatta di milioni di sfumature, e più profonda e gentile di qualunque altra voce, anche di quella di Dio, probabilmente.
